Alain de Benoist

Perché non essendo di sinistra, non mi riconosco più nella destra (intervista).

Con la sua Bibliographie générale des droites françaises (Dualpha, Coulommiers, 2004-2005) Alain de Benoist invita implicitamente tutti coloro che si dicono “di destra” ad interrogarsi sulla loro identità ideologica. Ma lui si considera ancora “di destra”? Una domanda fra le altre tra quelle che Michel Marmin gli ha posto.


Quattro volumi che contengono in totale quasi tremila pagine, l’opera di una trentina di autori definiti “di destra” passata al setaccio, decine di migliaia di riferimenti: ci si accorge subito dell’immenso lavoro rappresentato dalla tua Bibliographie générale des droites françaises, i cui due ultimi tomi sono da poco usciti. Ma ci si chiede a cosa corrisponda questo lavoro, e per quali ragioni tu lo abbia intrapreso.

Si potrebbe sicuramente parlare di hobby. Per compilare seriamente una bibliografia, bisogna essere minuziosi fino al perfezionismo, fare attenzione ai minimi dettagli, avere una vocazione più o meno “enciclopedica” e, soprattutto, la mentalità del collezionista. Sin dall’infanzia, ho l’impressione di aver collezionato tutto quello che era possibile collezionare. Le cose non sono migliorate quando ho iniziato ad ammassare libri! Ho quindi cominciato a compilare queste bibliografie partendo dalla mia biblioteca personale, dopodiché è arrivato Internet con tutte le sue straordinarie risorse, che mi hanno premesso di accedere ai cataloghi di tutte le biblioteche nazionali e di tutte le biblioteche universitarie del mondo. Io adoro i dizionari, le enciclopedie, i libri di riferimento, le note a piè di pagina (il vecchio sogno “labirintico”, alla Borges, del “libro che contiene tutti i libri”). Ho provato un vero piacere nello scrivere un’altra opera di riferimento. Ciò detto, questo lavoro non ha solo un che di passatempo. Se ci si interessa a un autore, è del tutto naturale volerne possedere la bibliografia. Le bibliografie non si rivolgono soltanto agli studenti o ai ricercatori. A mio parere, sono il complemento naturale di una biblioteca.

Mi sembra che nelle tue bibliografie manchino quattro nomi importanti: Léon Bloy, Paul Valéry, Robert Poulet e Dominique de Roux. Ne aggiungerei un quinto, che oggi non si legge più (forse a torto), ma la cui influenza è stata almeno altrettanto importante quanto quella di Barrès e di Maurras: Paul Bourget. Perché?

La mia bibliografia ha un bell’essere “generale”, ma non ha mai preteso di essere esaustiva! Inoltre, è il riflesso delle mie letture e delle mie scelte. Nella prefazione al terzo volume, del resto, cito i nomi di molti altri autori che avrei potuto studiare, da Rivarol e Chateaubriand fino a Paul Sérant e a suo fratello, Louis Salleron, passando per Léon Bloy, Jacques Maritain, Paul Morand, La Varende o Roger Nimier. Avrei dovuto aggiungervi quelli di cui tu parli, a cominciare da Paul Bourget, la cui influenza è stata in effetti considerevole, ma anche Hippolyte Taine, Fustel de Coulanges, ecc. Robert Poulet è un caso a parte, poiché era di nazionalità belga. Ti ricordo peraltro che la mia bibliografia riguarda unicamente autori deceduti. Per il momento, non prevedo di pubblicare nuovi volumi, ma sono il primo a sapere che cosa vale questo genere di decisioni… Per adesso, lavoro su un’enorme bibliografia di Carl Schmitt che uscirà in Germania. Non è escluso che ritorni in seguito agli autori francesi.

Fra gli autori che hai “bibliografato”, qual è quello (quelli) a cui ti senti più vicino e quali sono quelli a cui ti senti più lontano, o addirittura per i quali senti avversione? Personalmente, ho l’impressione che gli autori con i quali hai più affinità siano i meno “di destra”. Péguy in primo luogo, ovviamente (che a mio parere non lo è affatto).

Avendo sempre considerato infermi gli uomini di destra che non hanno una cultura di sinistra e gli uomini di sinistra che non hanno una cultura di destra (il che fa ritenere, non fatico a riconoscerlo, a problemi, che esista una grande maggioranza di infermi), il mio gusto mi porta in effetti verso gli autori meno emiplegici: quelli che hanno saputo sostenere nel contempo, o in sequenza, posizioni “di sinistra” e “di destra”, oppure gli autori di sinistra che hanno esercitato un’influenza a destra (o viceversa). Insomma, gli inclassificabili o i difficilmente classificabili. Péguy ne è un esempio tipico, giacché si è convertito al nazionalismo mistico senza mai rinnegare il socialismo dreyfusardo della sua prima Jeanne d’Arc. Amo altresì l’immenso Renan, che la destra ha accusato di essere una sorta di diavolo per la sua Vità di Gesù, prima di incensarlo meno di dieci anni dopo per la sua Riforma intellettuale e morale. Il caso di Georges Sorel è egualmente esemplare, se si considera la sconcertante diversità della sua progenie. Ecco un autore che non è invecchiato! Ma lo stesso accade con Tocqueville, di cui troppo spesso si conosce solo La democrazia in America, quando invece il suo libro più importante è, a mio parere, L’Antico Regime e la Rivoluzione. Ho, ancora, un favore particolare per Georges Valois, un autore certamente meno importante ma altrettanto “trasversale”. Non il Valois che si è creduto “fascista” per tre o quattro anni, ma il Valois del secondo periodo, il teorico della Repubblica sindacale che difese il distributismo fino alla morte in deportazione. Su un piano più letterario, non mi stanco mai di rileggere Montherlant. Quanto al temperamento, le due figure che più mi toccano, per ragioni completamente opposte, sono senza dubbio quelle di Bernanos e di Drieu.
Non provo avversione per nessuno, ma ci sono effettivamente autori che mi sono completamente estranei. Penso ad esempio a Louis de Bonald, che fra i controrivoluzionari è ben lungi dall’avere la profondità di vedute e il lato visionario di un Joseph de Maistre, o ancora ad Henri Massis, l’autore di Défense de l’Occident (1927). Aggiungiamoci Léon Daudet, formidabile polemista dagli slanci truculenti, ma di cui trovo le opere, in particolare i romanzi, tanto deludenti quanto invecchiati.

Nella prefazione al tuo libro, sottolinei che la destra francese non ha mai amato molto gli intellettuali, e che i suoi principali talenti non si sono affatto rinnovati. Ti sei tuttavia sforzato di scartare i romanzieri e i poeti per accogliere soprattutto i teorici e gli ideologi. Orbene, quel che caratterizza più profondamente l’“uomo di destra” – lo hai detto tu, del resto – è piuttosto lo stile, l’etica. E non sono forse i romanzieri e i poeti ad esprimere al meglio l’essenza della destra? Diciamo, per rimanere nella “forchetta” storica che hai scelto, da Baudelaire a Michel Houellebecq, passando attraverso Paul Morand, Jean des Vallières, Roger Nimier e Michel Mourlet? I due “veri” pilastri fondatori della destra francese non sono Stendhal e Balzac (che era altresì un grande ideologo), ben più che de Maistre e de Bonald? Inoltre, Jean Cau, Drieu La Rochelle e Montherlant, che tu hai incluso, non sono più di destra (e in ogni caso più grandi scrittori) per i loro romanzi che per i loro scritti politici?

Qui tocchi un argomento vasto. È vero che, per temperamento, mi sono interessato più ai teorici che agli scrittori puri, il che ovviamente non toglie nulla all’importanza che attribuisco alla letteratura. D’altro canto, è egualmente vero che l’“essenza della destra”, ammesso che ne esista una, si è spesso espressa meglio in opere letterarie che in lavori strettamente teorici. Tuttavia, constatiamo un contrasto che colpisce tra la fine del XIX secolo, epoca privilegiata in cui i teorici di destra sono una legione ed era possibile leggere quasi contemporaneamente Taine e Renan, Gobineau e Tocqueville, Barrès e Rochefort, Sorel e Proudhon, e l’epoca successiva. Nel XX secolo, la destra francese diviene essenzialmente letteraria. Maurras e Barrès, ai quali si pensa spontaneamente quando si tratta di evocare dei “teorici di destra”, furono anche, se non principalmente, uomini di lettere. Lo stesso fascismo francese fu soprattutto un fascismo letterario. Vi furono, certo, alcune belle eccezioni (penso in particolare alla galassia dei “non conformisti degli anni Trenta”), ma niente di comparabile a ciò che si era conosciuto nel secolo precedente. Ebbene: quel che è interessante, è il fatto che le cose non vanno allo stesso modo nella destra italiana, spagnola o tedesca, come testimoniano gli esempi di un Giovanni Gentile, di un Ortega y Gasset, di un Ugo Spirito, di un Vilfredo Pareto, di un Oswald Spengler, di un Max Weber, di un Othmar Spann o di un Carl Schmitt. Sembra quindi che in ciò vi sia qualcosa di specificamente francese, che meriterebbe senz’altro di essere analizzato.
Va inoltre detto che, a partire dal caso Dreyfus, la destra francese non ha di fatto mai troppo amato gli intellettuali. Non è un caso se l’espressione “intellettuale di sinistra” è stata a lungo un pleonasma! Per molte persone di destra, gli intellettuali, sempre “in sedia a sdraio”, beninteso, non sono altro che insopportabili “datori di lezioni” che martirizzano le mosche, spaccano il capello in quattro e pubblicano opere inevitabilmente descritte come “indigeste” e “noiose”.
Questa vulgata la si ritrova negli ambienti più diversi. Per i liberali, gli intellettuali sono per forza di cose “sconnessi dalla realtà”. Per gli attivisti, essi dissertano del senso degli angeli mentre ci si trova in uno stato di “urgenza”. Ho sentito questi discorsi durante tutta la mia vita. Va da sé che questo atteggiamento ha anche un versante positivo: una certa preoccupazione per la concretezza, una certa diffidenza nei confronti delle astrazioni inutili o del puro intelletto, il desiderio di affermare le prerogative dell’anima su quelle della mente, di far prevalere l’organico sulla “carestia” teorica, la speranza (sempre delusa) di ritornare a una vita non problematica, eccetera. La destra è più sensibile alle qualità umane che alle capacità intellettuali. Le piace ammirare più che capire, attende esempi più che lezioni. Ama lo stile, il gesto, gli atteggiamenti cavallereschi. Non ha torto. Una società composta interamente da intellettuali sarebbe invivibile. Il problema è che un atteggiamento di questo genere, quando diventa sistematico, finisce nel fare a meno di ogni dottrina, nel rifiutare ogni sforzo del pensiero.
L’intellettuale può essere definito come colui che cerca di capire e di far capire. La destra, molto spesso, non cerca più di capire. Addirittura ignora ciò che può essere il lavoro del pensiero. Il risultato è che la cultura di destra oggi è praticamente scomparsa. Sopravvive unicamente in cenacoli confidenziali, nell’editoria marginale, in giornali di cui è l’unica a credere che siano dei veri giornali. L’ostracismo di cui ha potuto essere oggetto non spiega tutto. Non solo Julien Freund, Jules Monnerot, Thierry Maulnier, Stéphane Lupasco, François Perroux, Louis Rougier, Raymond Ruyer e tanti altri sono morti senza essere stati rimpiazzati, ma la maggior parte degli autori di destra sono già stati dimenticati da coloro che dovrebbero o potrebbero richiamarvisi. Sembra che oggi ci siano ancora dei maurrassiani in Francia, ma non se n’è trovato un modesto centinaio disposto ad abbonarsi al Bulletin Charles Maurras, di cui Yves Chiron ha appena annunciato la scomparsa. Joseph de Maistre o Gustave Le Bon attirano l’attenzione dei ricercatori, più che quella degli uomini di destra. Louis Pauwels e Jean Cau, scomparsi in epoca recente, non sono neppure più citati o letti.
Non si può non essere colpiti dal modo in cui la destra ha perso l’abitudine di intervenire nei dibattiti di idee. Se si prendono i 100 libri di idee di cui si è più parlato da mezzo secolo a questa parte, ci si accorge che essa non ha praticamente pubblicato una riga in proposito. La cosa non la interessa, non la riguarda. Un solo esempio: non ho mai visto un giornale di destra discutere le tesi di John Rawls, che è senza dubbio l’autore di scienza politica sul quale si è scritto di più durante la seconda parte del XX secolo. Lo stesso è accaduto con Habermas, Bourdieu, Foucault, Norberto Bobbio e tanti altri. La destra non si interessa ad alcun autore estraneo ai suoi riferimenti-feticcio, non ne discute o non ne confuta nessuno. Non trae neppure profitto da coloro che potrebbero fornirle argomenti, da Louis Dumont a Serge Latouche o a Peter Sloterdijk. Sulla dialettica della modernità, sull’evoluzione del campo sociale, sulle molle della logica del mercato, sull’immaginario simbolico, questa destra non ha niente da dire. Come stupirsi, in queste condizioni, che non sia stata capace di formulare una critica della tecnoscienza, una teoria del localismo o del legame sociale, una filosofia dell’ecologia, un’antropologia originale? Semplicemente, non dispone più degli strumenti per farlo. Vi sono sempre stati centinaia di dibattiti teorici – gli uni risibili, gli altri viceversa assai profondi – negli ambienti di sinistra. Chi può citare un esempio di dibattito di idee che abbia segnato la storia della destra francese da mezzo secolo in qua? Mi ricordo di aver sentito Louis Pauwels parlare di “deserto intellettuale”. Siamo sempre allo stesso punto: a destra, in materia di lavoro del pensiero, siamo generalmente al deserto dei Tartari, all’encefalogramma piatto.

Intendi dire che la destra non “pensa” più?

La maggior parte delle persone di destra non ha idee ma convinzioni. Le idee, naturalmente, possono far nascere convinzioni, e le convinzioni possono basarsi su delle idee; ma i due termini sono diversi. Le convinzioni sono cose nelle quali si crede e che, dal momento che sono oggetto di una credenza, non possono essere oggetto di qualsivoglia esame critico. Le convinzioni sono un sostituto esistenziale della fede. Aiutano a vivere, senza che si senta il bisogno di interrogarsi sulla loro articolazione logica, sul loro valore in rapporto a questo o quel contesto o sui loro limiti. Ci si fa un punto d’onore del difenderle come se fossero un piccolo catechismo. La destra ama le risposte più delle domande, soprattutto se sono risposte già belle pronte; per questo raramente ha una testa filosofica: non si può filosofare quando la risposta è data preventivamente. Il lavoro del pensiero implica l’imparare dai propri errori. L’atteggiamento di destra consiste piuttosto nel non riconoscerli mai, e quindi nel non cercare di correggersi per andare più lontano: Da ciò l’assenza di autocritica e di dibattito. L’autocritica è considerata una debolezza, un’inutile concessione, se non un tradimento. A destra ci si compiace di non “rimpiangere niente” (“Non, rien de rien… [non, je ne reggette rien”, cantava Edith Piaf, ndt]), e soprattutto non gli errori che si sono commessi. Il dibattito, dal momento che implica una contraddizione, uno scambio di argomenti, viene in genere vissuto come un’aggressione, come qualcosa che non si fa.

Di recente è stata riedita l’Histoire de dix ans di Jean-Pierre Maxence, la cui prima edizione data dalla fine degli anni Trenta. L’autore vi si interroga sul fallimento di tutti quei raggruppamenti “di destra” che ha visto agitarsi attorno a sé per anni. Constata già allora un “fallimento totale della destra”: fallimento personale, fallimento morale, fallimento politico, fallimento umano. Scrive: “Come spiegare questa carenza? In primo luogo per l’assenza di dottrina. Ho conosciuto, salvo de La Nocque, i principali capi delle leghe. Nessuno aveva l’aspetto di un politico. Erano capaci di avere riflessi piuttosto che pensieri”.

Le cose stanno esattamente così. L’uomo di destra procede per entusiasmo o per indignazione, per ammirazione o per disgusto, non per riflessione. Non è riflessivo ma reattivo. Da ciò le sue reazioni quasi sempre emotive di fronte all’evento. Quel che colpisce è il suo modo ingenuo, se non puerile, di limitarsi sempre alla superficie delle cose, all’aneddoto di attualità, di fare di una mosca un elefante, senza mai risalire alle vere cause. Quando si mostra loro la luna, molte persone di destra guardano il dito. La storia accaduta diventa allora incomprensibile – che cosa fa la Provvidenza? –, anche se si insiste nel farvi riferimento. Ne discende un complottismo semplicistico, che può arrivare fino al delirio interpretativo. La negatività sociale viene spiegata facendo ricorso alle losche manipolazioni di una “cospirazione invisibile”, di una “tenebrosa alleanza” e così via.
Dato che si interessa poco alle idee, la destra tende a ricondurre tutto alle persone. I movimenti politici di destra sono prima di tutto legati ai loro fondatori, e raramente sopravvivono ad essi. Le diatribe di destra sono diatribe personali, con alla base sempre gli stessi pettegolezzi, le stesse dicerie, le stesse imputazioni calunniose – ciò che proprio Maxence chiamava il “flagello degli intrighi e delle scissioni”. Così come i suoi nemici non sono mai sistemi e neppure veramente idee, ma categorie di uomini trasformate in altrettanti capri espiatori (gli ebrei, i “meteci”, i “banchieri”, i massoni, gli stranieri, i “trotzkysti”, gli immigrati e via dicendo). La destra fa un’enorme fatica a capire un sistema globale sprovvisto di soggetto: gli effetti sistemici della logica del capitale, i vincoli strutturali, la genesi dell’individualismo, l’importanza vitale delle minacce ecologiche, la spinta interna della tecnica, ecc. Non vede che gli uomini debbono essere combattuti non per quel che sono ma solo nella misura in cui incarnano e difendono sistemi di pensieri o di valori nefasti. Se la prende con gli uomini che non le piacciono per quel che sono, il che la conduce alla xenofobia o a qualcosa di ancora peggiore.

Nel tuo libro, sottolinei la straordinaria diversità delle destre francesi, affermando che, contrariamente a quanto molti immaginano, non esiste senz’altro alcun criterio che possa servire loro da denominatore comune. Si può immaginare nondimeno che un lavoro di questo tipo ti abbia condotto a rileggere molti testi e che tu ne abbia tratto qualche insegnamento su ciò che caratterizza “la destra”.

Quando si studiano gli autori di destra, si osservano in effetti alcune convergenze che vanno al di là di quel che le distingue, anche se quel che le distingue rimane il dato più forte. È ciò che consente di fare un discorso globale su di essa. Non esiste un criterio concettuale che possa servire da denominatore comune a tutte queste destre, salvo forse, quantomeno in Francia, un fattore psicologico. Esiste, credo, una mentalità di destra, che avrebbe bisogno di una psicanalisi.
Ma è necessario ritornare al punto di partenza. La destra è stata la grande vinta della storia, dal momento che ha praticamente perso tutte le battaglie nelle quali si è impegnata. La storia degli ultimi due secoli è quella delle sue sconfitte successive. Un simile succedersi di fallimenti fa pensare che la superiorità dei suoi avversari si sia nutrita soprattutto delle sue debolezze. In origine, che cosa possedeva specificamente la destra di migliore? Per farla breve, direi un sistema di pensiero anti-individualistico e anti-utilitaristico, a cui si affiancava un’etica dell’onore, ereditata dall’Ancien Régime.
Per queste sue caratteristiche, essa si contrapponeva frontalmente all’ideologia dei Lumi, il cui motore era costituito dall’individualismo, dal razionalismo, dall’assiomatica dell’interesse e dalla fede nel progresso. I valori cui essa si richiamava erano nel contempo valori aristocratici e valori popolari. La sua missione storica consisteva quindi nel realizzare l’unione naturale fra l’aristocrazia e il popolo contro il loro nemico comune, la borghesia, i cui valori di classe trovavano appunto la loro legittimazione nel pensiero illuminista. Ma tale unione si è realizzata solo in brevissimi periodi, ad esempio all’indomani della Comune di Parigi, fino al momento in cui i deliri antidreyfusardi intervennero a porre fine alle speranze che il boulangismo aveva fatto nascere all’inizio.
La destra ritiene che l’uomo sia naturalmente sociale. Tuttavia non ha mai sviluppato una teoria coerente della comunità o del legame sociale. Non ha mai seriamente esplorato la contrapposizione tra gli idealtipi del sé proprietario (l’uomo definito dal diritto di godimento di ciò di cui è proprietario, come lo considera l’individualismo liberale) e del sé legato ad altri. Né è mai stata capace di formulare una dottrina economica veramente alternativa al sistema della merce.
Jean-Pierre Maxence parla anche, con piena ragione, della “mancanza di contatti popolari”: “Ci si proclamava “uomo del popolo” ma si pensava, e in più si sentiva, da piccolo borghese”. Invece di sostenere il movimento operaio e il nascente socialismo, che rappresentava una sana reazione contro l’individualismo che essa stessa criticava, la destra ha troppo spesso difeso i più orrendi sfruttamenti umani e le disuguaglianze più politicamente insopportabili. Si è schierata dalla parte delle classi possidenti, partecipando oggettivamente alla lotta della borghesia contro i “condivisori” e le “classi pericolose”. Vi sono state eccezioni, ma rare. E i teorici troppo spesso sono andati a rimorchio del loro pubblico (si pensi agli scritti del giovane Maurras a favore del socialismo e del federalismo e alla deriva conservatrice dell’Action Française). Difendendo la nazione, la destra ha di rado compreso che la nazione è prima di tutto il popolo. Ha dimenticato la complementarità naturale fra i valori aristocratici e i valori popolari. Ai tempi del Fronte popolare, la si è vista tuonare contro la “cultura delle ferie pagate”. Ha sempre preferito l’ordine alla giustizia, senza capire che l’ingiustizia è un disordine supremo, e che lo stesso ordine assai spesso non è altro che un disordine costituito.
Essa avrebbe potuto sviluppare, come Herder, una filosofia della storia fondata sulla diversità delle culture e sulla necessità di riconoscerne il valore universale, il che l’avrebbe portata a sostenere le lotte a favore dell’autonomia e della libertà dei popoli, cominciando con i popoli del Terzo Mondo, prime vittime dell’ideologia del progresso. Invece di fare questo, ha difeso il colonialismo, che pure in un primo momento aveva a giusto titolo condannato (il che non le impedisce di lamentarsi, di tanto in tanto, di essere a sua volta “invasa” o “colonizzata”).
La destra ha dimenticato che il suo vero nemico è il denaro, e che di conseguenza avrebbe dovuto mettersi alla prova come alleata oggettiva di tutti coloro che contestano il sistema che sul denaro si fonda, e invece è passata per gradi dalla parte di quel sistema. Era attrezzata meglio di chiunque altro per difendere, riformulandoli, valori anti-utilitaristici di gratuità e disinteresse, e a poco a poco si è convertita all’assiomatica dell’interesse e alla difesa del mercato. Parallelamente, è caduta nel moralismo, nel militarismo, nel nazionalismo, che altro non è se non un individualismo collettivo già condannato, in quanto tale, dai primi controrivoluzionari. Il nazionalismo l’ha fatta cadere nella metafisica della soggettività, malattia dello spirito sistematizzata dai moderni, facendole perdere nel contempo la nozione di verità. Avrebbe dovuto essere il partito della generosità, della “common decency”, delle comunità organiche, e invece troppo spesso è diventata il partito dell’esclusione, dell’egoismo collettivo e del risentimento. Insomma, la destra si è tradita da sola quando ha iniziato ad accettare l’individualismo, il modo di vita borghese, la logica del denaro, il modello del mercato.

Quello che dici vale senza dubbio per la destra versagliese od orleanista. Ma accanto a questa destra orleanista e borghese c’è anche una destra che, in vari momenti della sua storia, si è comunque preoccupata della giustizia sociale. Del resto, esistono ancora oggi cenacoli che hanno la pretesa di incarnare una “vera destra”.

È esatto, ma quelle preoccupazioni sociali non si sono mai collocate al fondo delle cose. Il cattolicesimo sociale, con La Tour du Pin e qualcun altro, ha potuto svolgere un ruolo utile, ma aveva a che vedere soprattutto con il paternalismo. Le realizzazioni sociali dei “fascismi” sono state screditate dal loro autoritarismo, dal loro militarismo, dal loro nazionalismo aggressivo. Il corporativismo non ha avuto alcun esito. Il sindacalismo rivoluzionario, ereditato da Sorel, è stato ucciso dal compromesso fordista, che ha avuto l’effetto di integrare strati sempre più ampi di lavoratori nella classe media borghese. E, soprattutto, questo tipo di preoccupazioni non si è mai accompagnato a un’analisi in profondità della Forma-Capitale. La denuncia delle “grandi fortune” è risibile quando si astiene dall’analizzare la natura stessa del denaro e le modificazioni antropologiche indotte dalla generalizzazione del sistema del mercato, la reificazione dei rapporti sociali che ne è il risultato, le alienazioni che essa genera, ecc.
Quanto alla “vera destra”, non ha mai smesso di marginalizzarsi e di ritirarsi come una pelle di zigrino. Sempre più dimentica della propria storia, tutto il suo implicito sistema di pensiero si riassume, in fondo, in una frase: “Era meglio prima”, sia che quel “prima” risalga agli anni Trenta, sia che rimandi all’Ancien Régime, al Rinascimento, al Medioevo o all’Antichità. Questa convinzione, anche in quel che può avere di puntualmente esatto, alimenta un atteggiamento o restauratore, che la condanna al fallimento, o puramente nostalgico. In ogni caso, ci si limita a contrapporre al mondo reale un mondo passato vissuto a mo’ di fantasticheria idealizzata. Fantasticheria dell’origine, fantasticheria del passato semplice, nostalgia irreprimibile della matrice originaria che segna l’incapacità di accedere all’età adulta. Lo scopo è tentare di conservare, di preservare, di frenare o di trattenere il corso delle cose (viene da pensare al katechon di cui parlava Carl Schmitt), senza una chiara consapevolezza delle ineluttabili concatenazioni storiche. La grande speranza sarebbe quella di far ricomparire il prima, di ritornare indietro – al tempo in cui tutto era così migliore. Ma dato che, ovviamente, ciò è impossibile, ci si limita a un atteggiamento etico, con lo scopo di “testimoniare”. Politicamente, questa destra non ha più alcun particolare telos da realizzare, giacché i suoi modelli appartengono al passato. Siamo arrivati al punto in cui essa non sa neppure più bene che tipo di regime politico vorrebbe vedere affermarsi.
La storia diventa un rifugio: idealizzata, ricostruita in maniera selettiva e più o meno fantasiosa, conferisce la certezza di avere un’“eredità” stabile, portatrice di esempi significativi, che si possono contrapporre agli orrori del tempo presente.
Si ritiene che la storia dia delle “lezioni”, benché non si sappia mai granché bene quali se ne debbano trarre. La destra non ha mai capito che la storia, a cui fa così tanto caso, può anche paralizzare. Quando Nietzsche dice che “l’uomo del futuro è quello che avrà la memoria più lunga”, vuole dire che la modernità sarà tanto schiacciata dalla memoria che finirà col diventare impotente. Per questo egli richiama all’“innocenza” di un nuovo inizio, che implica un’ampia componente di oblio. Non si ha mai tanto il gusto della storia come quando non si è più capaci di farlo – quando essa si fa al di fuori di noi o contro di noi. Ostile alle novità, la “vera destra” non riesce ad analizzare i tempi che vengono, forieri di inedito, se non con strumenti concettuali obsoleti. Giudica tutto in funzione del mondo che ha conosciuto, mondo familiare e dunque rassicurante.
Confonde la fine di questo mondo con la fine del mondo. Fronteggia il futuro con l’occhio fisso al retrovisore. Incapace di analizzare il momento storico, di risalire dalle conseguenze alle cause lontane, di ricostruire la genealogia dei fenomeni che deplora, di cogliere le linee di forza della postmodernità, non può capire più niente del mondo attuale, di cui si accontenta di registrare l’evoluzione come una “decadenza” senza fine. Il fatto di essere stata costantemente sconfitta ha spesso diffuso al suo interno un’inimitabile miscela di ironia brontolona, di derisione insistente, di amarezza, di sogghigno voluto, caratteristica del lungo lamento reazionario. A ciò si aggiunge l’apocalittismo mediocre del “tutto è perduto!”. In una simile ottica, si è sempre in stato di “urgenza”, manca sempre un minuto alla “mezzanotte”. Di fronte alle “catastrofi” che si annunciano, si attende un “soprassalto”, un “risveglio”. Si fa appello alla “maggioranza silenziosa”, alla “vera Francia” e così via. Lo si scriveva già nel 1895. Nel frattempo, la storia ha continuato a fare il suo corso.
Il tratto più caratteristico della “vera destra” è un narcisismo politico e morale fondato su un’immutabile divisione del mondo in due (noi i buoni, loro i cattivi), semplice esteriorizzazione di una linea divisoria che in realtà passa in ciascuno di noi. Questa dicotomia “noi contro gli altri”, data come la chiave di tutto, è di fatto connessa a quella metafisica della soggettività di cui ho già parlato, che legittima tutte le forme di egoismo e di esclusione. Certo, questa destra parla molto di difesa della propria “identità”, ma generalmente fa un’enorme fatica a definirla. Nella maggior parte dei casi, la trae esclusivamente dal fatto di non essere ciò che pone sotto accusa. È l’esistenza dei nemici a definire la sua esistenza, un’esistenza incavata, a contrario. L’emarginazione di cui soffre alimenta una mentalità da stato d’assedio, che stimola a sua volta il rifiuto dell’Altro. Vi è qualcosa di cataro in questa ossessione dell’assedio: il mondo è cattivo, serriamo i ranghi dell’“ultimo quadrato”. I titoli dei suoi libri prediletti sono altrettanto rivelatori: i maledetti, gli eretici, i proscritti, i nostalgici, il campo dei santi. Insomma, gli ultimi dei Moicani. In un mondo di tribù, per il quale non prova simpatia, la “vera destra” non costituisce, in effetti, nulla più che una tribù di sopravvissuti che vivono nella convivenza e nella reciproca frequentazione. Ha i suoi riti e le sue parole d’ordine, i suoi slogan e i suoi rancori, e ogni giorno che passa la vede tenersi sempre un po’ più in disparte rispetto ad un mondo “esterno” respinto e demonizzato, senza alcuna possibilità di indirizzare il corso delle cose. Non le resta, allora, che la commemorazione delle sue sconfitte (Camerine, Diên Biên Phu, il soffocamento della rivolta di Budapest, la caduta dell’Alcazar, le fucilate della rue d’Isly, il martirio degli uni o degli altri), cosa che fa con una tale costanza da indurre al sospetto che in segreto vi sia affezionata, dal momento che le sconfitte sono spesso più “eroiche” delle vittorie. Questa destra parlerebbe ancora di Brasillach, se non fosse stato fucilato? O di Mishima, se non si fosse suicidato?

Sembri dire che, in fondo, la destra ha sempre sbagliato nemico.

È la mia sensazione. Della lotta contro il sistema del denaro, che era il suo nemico principale, la destra non ha mai fatto una priorità. Ha prima di tutto combattuto la Repubblica in un’epoca nella quale era evidente che la monarchia di diritto divino non sarebbe mai più ritornata. Dopo il 1871 si è lanciata a corpo morto nella denuncia dei “Boches” [i “Crucchi”, ndt] (e addirittura dei “Judéo-Boches”, come diceva Léon Daudet), il che l’ha condotta, in nome dell’“union sacrée”, a legittimare l’abominevole carneficina del 1914-18, che ha generato tutti gli orrori del XX secolo. A partire dalla fine della Prima guerra mondiale, si è gettata a testa bassa nella lotta contro il comunismo e la sua “barbarie pagana” (parole del maresciallo Pétain). All’epoca della guerra fredda, per paura di quel medesimo comunismo, che avrebbe dovuto considerare un concorrente piuttosto che un nemico, si è dichiarata solidale con un “mondo libero” che consacrava la potenza dell’America, il potere della borghesia e il predominio mondiale del liberalismo predatore – come se tutti gli orrori del Gulag giustificassero gli abomini del sistema della merce. Ciò l’ha condotta a sostenere l’“atlantismo”, ad approvare il massacro del popolo vietnamita, a solidarizzare con le dittature più miserabili, dai colonnelli greci ai generali argentini, passando per Pinochet e i suoi Chicago boys, senza dimenticare i torturatori dell’operazione Condor, specialisti nell’assassinio di “sovversivi” che, per la maggior parte, non chiedevano altro che una maggiore giustizia sociale. Quando il sistema sovietico è crollato, rendendo nel contempo possibile la globalizzazione, gli immigrati sono provvidenzialmente venuti a dare il cambio per occupare il ruolo statutario della “minaccia”. Confondendo gli immigrati con l’islam, poi l’islam con l’islamismo, infine l’islamismo con il terrorismo, essa attualmente cade nella recidiva gettandosi nell’islamofobia, atteggiamento veramente suicida e, per sovrappiù, assolutamente incoerente dal punto di vista geopolitico.
La “vera destra”, in fin dei conti, è fondamentalmente impolitica, per riprendere il termine a cui era affezionato Julien Freund. La stessa essenza del politico le è estranea: la riduce all’etica, così come la sinistra tende a ridurla alla morale.
Crede che la politica sia una questione d’onore, di coraggio, di virtù sacrificali, di eroismo; vale a dire, nel migliore dei casi, di qualità militari. Ne fa perciò il prolungamento della guerra con altri mezzi, il che corrisponde all’esatto rovesciamento della formula di Clausewitz. Non capisce che la politica è solamente un’attività, un’arte, che mira a definire in modo prudente, e non “ideale”, la maniera migliore di servire il bene comune – cioè un bene che non può essere oggetto di suddivisione –, a decretare il successo di alcune delle aspirazioni contraddittorie che nascono dalla diversità umana a discapito di altre, ad arbitrare fra le necessità della coesistenza civica e le esigenze della cura di se stessi.

Torniamo al tuo libro. Alla luce di quel che hai appena detto, questo compendio bibliografico fa un po’ l’effetto di una tomba. È come se tu avessi voluto adempiere ad un ultimo compito nei confronti di una “famiglia” di pensiero da cui ti sei un poco alla volta separato. È un regalo di rottura? Si direbbe che l’etichetta “di destra” sia per te come una camicia di Nesso…

Dopo aver rotto con il comunismo, la ex stalinista Annie Kriegel era diventata un’eccellente specialista della storia del Partito comunista. Il Libro nero del comunismo è stato scritto da un ex maoista. Ciò dimostra che una precedente appartenenza può agevolmente trasformarsi in oggetto di studi. Per quanto mi riguarda, da almeno un quarto di secolo non mi riconosco più in nessuna delle famiglie della destra francese, e meno che mai solidarizzo con qualcuna di esse.
Non è un mistero: l’ho detto e scritto ad innumerevoli riprese – anche se, in effetti, la “camicia di Nesso” a volte mi si incolla ancora addosso. Ma non per questo ritengo che la destra sia un argomento privo di interesse. E ancor meno che sia un argomento spregevole. Quando la critico – e si esita sempre a criticarla, sia perché non è onorevole sparare sulle ambulanze, sia per non urlare assieme ai lupi –, ovviamente, sono obbligato a generalizzare, e quando si generalizza si corre sempre il rischio di essere ingiusti. Ma non ne ignoro i meriti. Come si hanno i difetti delle proprie qualità, così si hanno le qualità dei propri difetti. In molte occasioni, la destra è stata (e rimane) ammirevole per il suo coraggio, la sua ostinazione, il suo spirito di sacrificio. Tante qualità, ohimé, per così magri risultati…
Aggiungerò che non mi riconosco neanche in una qualunque delle famiglie dell’attuale sinistra, il che mi evita di coltivare il benché minimo desiderio di essere “riconosciuto” da essa. Mi si potrebbe sicuramente definire con un uomo di sinistra di destra, o anche come un uomo che ha idee di sinistra e valori di destra. Ciò mi consente di dare ragione sia agli uomini di sinistra che agli uomini di destra ogni volta che sostengono idee che considero giuste. Ma di fatto da un pezzo non mi preoccupo più delle etichette.
Me ne preoccupo tanto meno quanto più il binomio destra-sinistra diventa ogni giorno più inoperante come strumento di analisi. Qual è la “posizione di destra” sull’occupazione americana dell’Iraq, e qual è la “posizione di sinistra”?
Semplicemente, non ne esistono: a destra come a sinistra, questa occupazione ha sostenitori e avversari. Lo stesso accade con tutti i problemi attuali: la costruzione europea, la geopolitica, l’ecologia, la crisi petrolifera che si annuncia, ecc. L’unica cosa che conta è ciò che le persone pensano di un problema particolare, qualunque sia peraltro il modo in cui si collocano (o non si collocano) sullo scacchiere politico tradizionale.

Adesso, la logica della tua evoluzione non dovrebbe condurti a comporre una bibliografia generale delle sinistre francesi?

Eccellente idea, ma vasto compito!

Arianna Editrice

"La destra e la sinistra"

Il settimanale "Liberal", nel numero datato 5 agosto 1999, ha ospitato un’intervista di Alain de Benoist a Francesco Germinario, inittolandola, ad effetto, "Tutti contro gli Stati Uniti!". De Benoist ha fatto sapere che il testo comparso sulla rivista era tagliato e rimaneggiato rispetto all’originale, e riproduceva a malapena un terzo dello scambio epistolare intercorso con l’intervistatore. Qui di seguito ecco l’intera intervista. Segnaliamo che Francesco Germinario, come riportato da "Liberal", svolge attività di ricerca presso la fondazione Luigi Micheletti di Brescia. Ha all’attivo studi sul sindacalismo rivoluzionario, la storia dell’antisemitismo, la cultura della destra, pubblicati su riviste italiane e straniere e in volumi collettanei. Ha pubblicato "Cher camarade". Sorel a Lanzillo 1909-1921, negli Annali della Fondazione Micheletti, Brescia 1994, e L’altra memoria. L’estrema destra, Salò e la resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1999. Per una migliore comprensione dell’intervista, aggiungiamo che collabora al quotidiano di Rifondazione Comunista "Liberazione" e ad altre pubblicazioni della sinistra radicale, e che di recente ha espresso in alcuni scritti punti di vista fortemente critici nei confronti della Nuova Destra, in particolare di quella italiana.

A leggere alcuni teorici significativi del pensiero della destra del Novecento, pare che il concetto medesimo di "destra" sia un’invenzione della cultura di sinistra, almeno nel senso che la destra si è talvolta rifiutata di presentarsi come tale. Questi rifiuti della destra da destra sono stati numerosi. Penso ai casi, per rimanere alla Francia, di un Georges Valois o di un Barrès. Quanto ai movimenti politici, lo stesso fascismo si rifiutò di presentarsi come un regime di destra e quasi tutti i movimenti fascisteggianti (le Croci frecciate ungheresi, la Guardia di Ferro rumena ecc.), compreso anche il nazismo, hanno preteso di operare al di fuori della dicotomia destra/sinistra. Per rimanere agli esempi più recenti, esponenti importanti del radicalismo di destra, come Freda e Rauti, hanno sempre rifiutato con sdegno questa collocazione. Sembra, quasi, che la "destra" sia stata, appunto, un’invenzione della sinistra. Lei, poi, almeno fin dai primi anni settanta, ha sempre rifiutato la dicotomia assiale destra/sinistra, sostenendo che le sue idee erano momentaneamente "a destra", non "di destra". Recentemente, poi, proprio in un convegno in Italia, lei ha sostenuto che è necessario difendere "non più le idee di destra o di sinistra, ma le idee giuste". Quali sono, a suo avviso, i motivi per cui certa destra ha sempre rifiutato questa etichetta? E non le pare che il rifiuto di farsi collocare in questa distinzione, avendo contraddistinto soprattutto la destra che si considerava estranea alla democrazia, sia una spia significativa della vocazione al totalitarismo che ha contraddistinto questa destra?

L’idea secondo la quale il rifiuto della distinzione tra sinistra e destra attesterebbe la "vocazione" della destra al totalitarismo è bizzarra. Non conosco nessun politologo che si sia azzardato a prospettarla. Nei fatti, mi sembra insostenibile; da un lato perché parte da un presupposto sino ad oggi non dimostrato (dove sono le prove di una simile "vocazione"?), e poi perché implica una definizione del "totalitarismo" che manca singolarmente di rigore. Il nostro secolo ha conosciuto due regimi che si possono definire senza ombra di dubbio totalitari: il comunismo sovietico e il nazionalsocialismo. Il primo non ha mai esitato a fare uso della distinzione tra destra e sinistra, anche se ha soprattutto puntato sulla dialettica fascismo/antifascismo. Quanto al secondo, se non si è dichiarato "di destra" – ammesso e non concesso che questa etichetta gli si potesse addire, il che è un ulteriore dato da dimostrare – ,ciò è accaduto essenzialmente perché questo termine non ha mai fatto parte del vocabolario corrente oltre Reno. (I paesi germanici non si distinguono, in proposito, dai paesi anglosassoni: i termini "destra" e "sinistra" hanno avuto fortuna soprattutto nei paesi latini). Penso perciò che, se si vuole dare una caratterizzazione precisa al totalitarismo, si debba rivolgere altrove lo sguardo.

Lei tratta, inoltre, il rifiuto della dicotomia sinistra-destra come se si avesse a che fare con una categoria omogenea. A mio parere è un errore, perché le motivazioni di questo rifiuto possono essere assai differenti. I fascismi, ad esempio, hanno mobilitato delle masse che, così come taluni dei loro dirigenti, spesso venivano dalla sinistra: un’autodefinizione "destrorsa" sarebbe stata controproducente. E del resto, sarebbe stata conforme alla realtà? Gli specialisti, come Lei ben sa, sono ancora oggi divisi su questo punto. Zeev Sternhell, per limitarsi a citare un solo nome, vede nel fascismo un sistema le cui radici ideologiche vanno ricercate a sinistra (il fascismo nascerebbe da una "revisione" del socialismo). A tale proposito è interessante il titolo del libro di Julius Evola, Il fascismo visto dalla destra, il quale implica – a sua volta – che i due termini non sono sinonimi.

In passato, varie famiglie di pensiero classificate a destra hanno respinto la distinzione tra sinistra e destra. A mio avviso, lo hanno fatto per almeno tre ragioni. Vi è in primo luogo il fatto che questa distinzione non è antecedente alla Rivoluzione francese. Nella misura in cui la destra si proponeva di difendere dei valori preesistenti alla Rivoluzione, la distinzione perdeva ragion d’essere. Un secondo motivo è la diffidenza che la destra ha a lungo coltivato nei confronti dei partiti e delle fazioni, concepiti come germi di divisione, o addirittura di guerra civile. In questo caso, era l’ideale della "nazione raccolta in un unico insieme" (e del "superamento" della lotta di classe) ad opporsi alla divisione del paese tra destra e sinistra. Vi è infine un terzo motivo, che conserva ancora pienamente la sua pertinenza: il fatto che una destra o una sinistra unitarie, omogenee, non sono mai esistite. In ogni epoca vi sono state delle destre e delle sinistre, e non è affatto certo che le diverse componenti di queste due "famiglie" abbiano mai avuto fra di loro più punti comuni di quanti non ne avessero, in termini di affinità, con talune componenti della famiglia opposta. Destra e sinistra si presentano, da questo punto di vista, come idealtipi artificiali, fino a quando non si è identificato il denominatore che si presume esser loro comune. Ma che cosa vi è di comune, ad esempio, tra la destra liberale e la destra controrivoluzionaria, tra Guizot e Bonald, tra Veuillot e Tocqueville? E, specularmente, quale sarebbe la validità operativa di un concetto di "sinistra" che inglobasse sia Léon Blum che Stalin, sia Jospin che Pol Pot?

Per studiare seriamente il problema che Lei solleva, bisognerebbe inoltre introdurre una periodizzazione. Contrariamente a quanto generalmente si crede, in Francia i termini di destra e sinistra si sono imposti solo molto tardi. Ancora verso il 1890, il termine "sinistra" non sta ad indicare niente al di là dei radicali, e quando si leggono Proudhon, Blanqui, Benoit Malon o Pierre Leroux ci si accorge rapidamente che quei propagandisti e teorico del socialismo non si considerano affatto appartenenti a "la sinistra". Nello stesso periodo, neppure i controrivoluzionari, i monarchici o i bonapartisti si vedono come dei rappresentanti de "la destra". Al tempo si parla semmai di "radicali" e "conservatori", di "intransigenti" e "reazionari", di "bianchi" e "blu", di "repubblicani" e "monarchici", di "riformisti" e "rivoluzionari" e via dicendo. In realtà, solo a partire dal periodo in cui è primo ministro Combes (1902-1905) i termini "destra" e "sinistra" escono dall’uso puramente parlamentare per acquisire un’accezione politico-ideologica di portata più generale. Il loro uso si imporrà definitivamente all’indomani della Prima guerra mondiale, e soprattutto negli anni trenta (il Fronte popolare si presenta esplicitamente come il punto di raccolta delle forze di sinistra). Fare un uso retroattivo della dicotomia sinistra-destra, come fa ad esempio René Rémond quando parla del XIX secolo, significa cadere nell’anacronismo.

D’altro canto, contrariamente a quanto Lei sembra credere, dopo il 1945 non è la destra radicale quella che esita maggiormente a dirsi "di destra", ma, al contrario, la destra moderata. In Italia, un pensatore della destra radicale come Julius Evola si è sempre richiamato a "la destra". E ancora: negli anni settanta, la rivista "La Destra" venne creata negli ambienti vicini al Msi. In Francia, da questo punto di vista, si è assistito in tempi recenti a una notevole evoluzione: la destra moderata, che rifiutava ostinatamente di proclamarsi "di destra" ancora vent’anni fa (in parte per influenza del gollismo), ormai non esita più a ricorrere a questa autodesignazione. Anzi, di recente è stato creato dall’ex ministro della Difesa Charles Millon un partito di centrodestra denominato La Droite.

Infine, capire se la dicotomia sinistra-destra oggi sia superata è un problema del tutto distinto da quello di stabilire se lo sia sempre stata. Per quanto mi riguarda, io rispondo affermativamente solo alla prima di queste domande, pur dichiarandomi peraltro piuttosto indifferente alle etichette (non mi occupo del contenitore, ma del contenuto). Se oggi tendo a collocarmi al di fuori della dicotomia sinistra-destra, è semplicemente perché ritengo che essa sia diventata obsoleta.

Le ragioni che mi conducono a questa conclusioni sono assai diverse da quelle a seguito delle quali si è ritenuto di poter respingere questa distinzione in passato. La mia analisi si basa in primo luogo sulla riduzione della diversità dell’offerta politica. I programmi dei diversi partiti di governo oggi si rassomigliano sempre più. Il crollo dei modelli alternativi, e parallelamente del pensiero critico, ha fatto sì che la classe politica si scontri ormai molto più sui mezzi che sui fini. La stessa globalizzazione spinge in direzione di questa riconversione dei programmi e della scomparsa di qualsiasi dibattito sulle finalità. È quello che viene chiamato il "pensiero unico". In queste condizioni, le nozioni di destra e sinistra non hanno più alcun valore indicativo o descrittivo. I cittadini hanno la sensazione che i rappresentanti della Nuova Classe dicano tutti più omeno la stessa cosa. Da ciò discende una crisi della rappresentanza, che si manifesta attraverso una diserzione della vita civica, un calo della partecipazione elettorale e un crescente fossato tra il popolo e le "élites": alla diversità delle aspirazioni popolari non corrisponde più una parallela diversità delle opzioni storico-sociali. Tutti i sondaggi dimostrano, quantomeno in Francia, che una porzione crescente di cittadini non vede più alcuna differenza tra la destra e la sinistra e usa sempre meno queste etichette per identificarsi. La logica partitica si sgretola a vantaggio di un voto disperso, che esprime un desiderio di identità e di riconoscimento, più che una volontà di identificazione partitica o di allineamento.

Anche i grandi eventi di questi ultimi anni hanno contribuito all’obsolescenza della dicotomia sinistra-destra. Di fronte alla riunificazione tedesca, alla guerra nell’ex Jugoslavia, all’aggressione americana in Iraq, all’ascesa dell’islamismo, alla creazione dell’euro, non si sono registrate una "reazione di destra" e una "reazione di sinistra", bensì una moltitudine di reazioni diverse, a destra come a sinistra. Queste reazioni si sono manifestate in maniera trasversale, creando ogni volta nuovi spartiacque e dando vita a nuove frontiere.

I termini destra e sinistra rimangono di uso corrente nella vita politica e parlamentare, ma non corrispondono più a niente di davvero fondamentale. Ciò è tanto vero che, se incontro oggi qualcuno che si dichiara "di destra", posso a rigore immaginare a che cosa si oppone, ma certamente non a che cosa fa riferimento. Sicuramente in questa dicotomia rimane una certa verità "psicologica" (temperamenti "di destra" e temperamenti "di sinistra"), ma la cristallizzazione di queste due nozioni nella vita sociale è, per il momento, molto problematica. Ritengo dunque che andremo verso altri versanti di frattura. Aggiungerò che anche lo slogan "né destra né sinistra", che fu lanciato nel 1927 da Georges Valois (a proposito del quale è opportuno non dimenticare che, prima di morire in stato di deportazione, passò tutta la seconda parte della sua vita nel campo dell’antifascismo militante) e che è stato recentemente resuscitato in Francia dal Front national, mi pare altrettanto vuoto di significato. Per definire la mia posizione, sarei piuttosto tentato di dire: "e destra e sinistra". Il problema, per dirla con altre parole, è quello di giungere a nuove sintesi.



La chassé-croisé destra/sinistra ha attraversato un po’ tutto il Novecento. Gli utilizzi e le riappropriazioni di quanto era stato elaborato in precedenza nel campo avversario sono stati numerosi. I fascismi, ad esempio, assimilano dal movimento operaio la convinzione della necessità dell’organizzazione-mobilitazione delle masse ecc. Sotto quest’aspetto, la guerra civile europea è stata forse meno "civile" – ovvero meno definita sotto l’aspetto dell’utilizzo comune di alcuni concetti – di quanto gli schieramenti politico-ideologici storicamente realizzatisi lasciassero intendere. Tutto sommato, però, il parassitismo ideologico ha fiorito più a destra che a sinistra: la destra ha saccheggiato dalla sinistra più concetti di quanto questa abbia recuperato dalla prima. In fondo, la sinistra ha recuperato dalla destra quasi solo il concetto di "nazione" e, stando ad una sua opinione, anche quello di "pensiero unico", un concetto a suo avviso elaborato nella Nuova Destra. Questo parassitismo non induce a pensare che, malgrado la forte presenza nella cultura nel Novecento, la Destra abbia denunciato una palese insufficienza teorica – colmata appunto dalle operazioni di parassitismo ideologico nel campo della sinistra – o pesanti ritardi rispetto alla capacità della sinistra di cogliere le novità storico-politiche?

La formulazione della Sua domanda è, a mio parere, essenzialista. Lei ragiona come se esistessero una destra e una sinistra "ideali", l’una e l’altra ontologicamente depositarie di un capitale di idee che apparterrebbero loro in proprio, il che Le permette di interpretare il dislocarsi di queste idee (l’incrocio intrecciato tra sinistra e destra) in termini di "parassitismo" e di espropriazione. Ma è proprio questa formulazione ad essere problematica, esattamente per le ragioni che ho or ora esposto. Quali sono dunque le idee che apparterrebbero in proprio alla sinistra o alla destra? Lo storico delle idee fa una grandissima fatica a rispondere a questa domanda. Il federalismo è di destra o di sinistra? E l’ecologismo? E il regionalismo? E l’antiutilitarismo? La nozione di libertà è di destra o di sinistra? E quella di solidarietà? In Francia, il partito comunista e la sinistra "nazionista" (Emmanuel Todd, Pierre-André Taguieff, Max Gallo, ecc.) si oppongono alla costruzione di qualsiasi entità sovranazionale europea con lo stesso vigore dell’estrema destra di Jean-Marie Le Pen. E allora, quando si è favorevoli all’Europa, si è di destra o di sinistra? Si vede bene che la risposta a domande di questo tipo non ha niente di scontato.

La stessa difficoltà la ritroviamo quando si tratta di classificare non più dei temi o delle idee, ma le opere di un certo numero di teorici. Prendiamo l’esempio di autori assai diversi fra loro, come Hannah Arendt, Leo Strauss, Simone Weil, Martin Buber, Emmanuel Mounier, Arthur Koestler, Louis Dumont, Michel Maffesoli, ecc. Sono di destra o di sinistra? La risposta, anche in questo caso, non è assolutamente automatica.

Se esistono delle idee "di sinistra" e "di destra", si pone immediatamente il problema di capire come una famiglia politica contrapposta a quella che le ha viste nascere (o le ha fatte nascere) possa appropriarsene. A prima vista, più un’idea è astratta, più è suscettibile di interpretazioni diverse, e dunque appropriabile. Lei stesso parla di idee che la destra ha "preso a prestito" dalla sinistra (o la destra dalla sinistra). Bisognerebbe interrogarsi sul significato della parola "prestito". Essa si accompagna a una modifica di senso o di contenuto? Se la risposta è sì, quale ne è la natura, e a quali leggi obbedisce? Se la risposta è no, come è possibile sostenere che vi sono idee provviste di uno status di destra e di sinistra? La sinistra è "meno di sinistra" quando prende a prestito delle idee "di destra"? La destra è "meno di destra" quando prende a prestito delle idee "di sinistra"?

Lei dice anche che "la destra ha saccheggiato dalla sinistra più concetti di quanto questa abbia recuperato dalla prima". Io non ho questa impressione. Di recente, Pierre Rosanvallon ha ricordato che la critica che Marx fa dei diritti dell’uomo è molto vicina (sebbene si collochi in una prospettiva differente) a quella dei teorici controrivoluzionari del XIX secolo, i quali già rimproveravano alla società borghese di valorizzare l’uomo dei diritti astratti a detrimento dell’uomo concreto. Anche le prime grandi critiche al capitalismo provenivano dai circoli legittimisti. Anche la critica del sistema del denaro, la critica dell’individualismo metodologico, la critica della razionalità strumentale come modo di reificazione dei rapporti umani, così come le troviamo oggi condotte da ampi settori della sinistra o dell’estrema sinistra, hanno origine in riflessioni che, storicamente, si sono espresse in un primo momento a destra. Lo stesso accade con la critica che la Scuola di Francoforte rivolge all’ideologia dei Lumi: guardi ad esempio al modo in cui Adorno e Horkheimer interpretano il totalitarismo, considerandolo un prodotto intrinseco della modernità. Si potrebbe dire lo stesso dell’ecologismo, che oggi fiorisce soprattutto a sinistra (in Francia i verdi sono alleati del partito socialista) ma che si fonda su una concezione del rapporto fra l’uomo e la natura e su una critica radicale dell’idea di progresso che, sia l’una che l’altra, rimandano semmai a un’eredità ideologica di destra. Lo stesso si verifica con la critica dell’ideologia del lavoro (André Gorz) o con la critica del produttivismo, dell’idea del rendimento e della dittatura dell’utile, che rimandano innegabilmente a valori (primato del dono dello scambio, dello spirito disinteressato sull’interesse, ecc.) più caratteristici dei tempi premoderni che di una modernità "illuminata". Altrettanto degno di nota è l’innegabile favore di cui godono oggi all’interno della sinistra italiana autori come Carl Schmitt, Heidegger o Jünger, tutti autori in genere classificati "a destra".

Come è possibile dire, in queste condizioni, che "in fondo, la sinistra ha recuperato dalla destra quasi solo il concetto di nazione"? Per di più, l’esempio mi sembra particolarmente mal scelto, perché nel caso in questione si dovrebbe semmai dire l’inverso. Storicamente, infatti, l’idea di nazione fa la sua comparsa, in quanto concetto politico, solo al momento della Rivoluzione francese: sono i soldati di Valmy a gridare per primi "Viva la nazione!". La nazione, in quanto espressione della volontà generale, è all’epoca un concetto che si contrappone direttamente alla sovranità esercitata al re sui suoi sudditi. Questa è la ragione per cui i primi controrivoluzionari si scagliano con durezza contro il nazionalismo. Lungi dal potersi parlare qui di "parassitismo" di un’idea di destra da parte della sinistra, bisognerebbe viceversa studiare il modo in cui l’idea di nazione è progressivamente passata da sinistra a destra (comportamento tanto più interessante se si considera che oggi assistiamo, perlomeno in Francia, a una nuova riappropriazione di questa idea da parte di una frazione non trascurabile della sinistra). Nello stesso spirito, si potrebbe altresì ricordare che l’antisemitismo e il razzismo moderni sono, in origine, idee di sinistra (si vedano Ménard, Toussenel, Gumplowicz, Wilhelm Marr, ecc.). Quanto alle dottrine di tipo eugenetico, sono stati essenzialmente le democrazie socialdemocratiche e gli Stati Uniti d’America a metterle in atto, prima della Germania nazista.

Se adesso abbandoniamo il campo delle idee per abbordare quello dei valori, ci imbattiamo nelle stesse ambiguità. I valori "rivoluzionari" della sinistra (coraggio eroico, solidarietà, dedizione, sacrificio, spirito disinteressato, ecc.) non sono nient’altro che valori tradizionali posti al servizio di una prospettiva diversa o dotati di un altro contenuto.

L’"insufficienza teorica" della destra è un altro problema. Attualmente, questa insufficienza mi sembra in effetti palese, ma anche su questo punto sarebbe necessario sfumare e periodizzare. In Francia, l’ultimo terzo del XIX secolo è un’epoca di intensa produzione per i teorici "di destra", mentre il periodo fra le due guerre è, da questo punto di vista, molto meno ricco. Le cose vanno allo stesso modo, mi pare, nella Spagna degli inizi di questo secolo, nell’Italia degli anni venti e nella Germania di Weimar (nel suo libro sulla Rivoluzione conservatrice tedesca, Armin Mohler censisce non meno di quattrocento autori!). L’"insufficiena" di cui Lei parla è dunque del tutto relativa. Quel che si potrebbe dire, in compenso, è che l’uomo di destra è meno spontaneamente portata a teorizzare dell’uomo di sinistra – cosa che io sono il primo a biasimare. Anche in questo caso, vengono in mente varie spiegazioni. Alla destra in genere ripugna l’astrazione, che spesso interpreta come una mutilazione della vita concreta. Storicamente, essa si è sovente limitata ad opporre agli avversari la realtà del mondo tale quale è, il che ha potuto condurla ad essere soddisfatta dell’ordine esistente. Infine, essa si è sempre battuta per dei valori tanto quanto, se non più che, per delle idee. Posizioni di questo genere non portano assolutamente a teorizzare. Quando invece si pretende di contrapporre alla realtà tale quale è, a rischio di cadere nell’utopia, la prospettiva di un mondo nuovo, il lavoro critico diventa inevitabile, e con esso la teorizzazione di questa nuova prospettiva e la dimostrazione del fatto che essa può entrare nel campo del possibile.

L’incapacità di cogliere il momento socio-storico che si sta vivendo, e di conseguenza le novità che vi si manifestano o vi si lasciano intravedere mi pare essere il dato maggiormente condiviso. Tanto la destra quanto la sinistra manifestano, a questo proposito, una spiacevole tendenza ad interpretare le novità unicamente in termini di ripetizione, il che le porta ad entrare nel futuro procedendo a ritroso. I teorici militari credono sempre che l’ultima guerra permetta di immaginare che cosa sarà la prossima. La destra, quando reinterpreta di continuo la guerra di Spagna, e la sinistra, quando denuncia senza soluzione di continuità la "rinascita del fascismo", si comportano esattamente allo stesso modo.

Collocato nel panorama della destra francese – una corrente molto ricca e agguerrita sotto l’aspetto intellettuale –, a me pare che lei sia l’unico autore con una chiara impostazione paganeggiante. Anche nelle sue voci più agnostiche (penso a Maurras), la destra francese ha sempre identificato nazione, razza e religione. Come avevano teorizzato Drumont e tutti i teorici del nazionalismo, il buon francese era ariano e cattolico, con la conseguenza che protestanti ed ebrei erano considerati estranei alla nazione. Nel suo caso, sono fin troppo note le sue critiche al monoteismo giudaico-cristiano, accusato, per un verso, di avere distrutto una tradizione occidentale pagana garanzia del pluralismo e della differenza; per l’altro, e come conseguenza, imputato di avere dato origine, attraverso la ragione borghese illuministica, ai totalitarismi. A me pare che, almeno su questo punto, lei e la Nuova Destra abbiate rotto con la tradizione cattolicizzante francese, assumendo invece come punto di riferimento l’altro filone della destra europea, appunto quella paganeggiante, che in Francia non aveva mai avuto diritto di cittadinanza, considerata la germanofobia della destra francese per certe culture d’Oltrereno. Detto in altri termini, lei mi pare abbia stabilito certo una rottura con la tradizione culturale della destra del suo paese, rimanendo però decisamente all’interno dell’orizzonte teorico e culturale della destra europea. Ad esempio, quando lei, negli anni settanta, accusava il totalitarismo di essere una realizzazione del monoteismo giudaico-cristiano, non faceva altro che riprendere quella pagina degli Anni decisivi in cui Spengler denuncia l’esistenza di un "bolscevismo cattolico" più pericoloso, a suo avviso, di quello anticristiano, scrivendo che "La teologia cristiana è la progenitrice del bolscevismo".

È profondamente sbagliato affermare che la corrente "paganeggiante" non ha mai avuto diritto di cittadinanza in Francia prima che esistesse la Nouvelle Droite. Al contrario: il richiamo ai valori dell’antichità greco-romana o celto-germanica, accompagnato ad una critica più o meno marcata dei valori cristiani, lo si ritrova in numerosi autori, poeti, scrittori o teorici francesi (così come, nell’ambito anglosassone, in un John Steinbeck o in un D.H. Lawrence). Penso in particolare a Leconte de Lisle, Alfred de Vigny, Elémir Bourges, Edouard Schuré, Ernest Renan, Hugues Rebell, Jean Giraudoux, Henry de Montherlant, Louis Rougier e molti altri. Prima di allinearsi all’ordine cattolico, lo stesso Maurras, da giovane, aveva professato, all’epoca di Anthinéa e del Voyage d’Athènes, opinioni assolutamente pagane. Di converso, sarebbe un errore credere che la destra tedesca si sia richiamata in maggioranza al paganesimo. Come in Francia, essa si è al contrario richiamata il più delle volte al cristianesimo, nella sua duplice versione cattolica e protestante. I piccoli gruppi neopagani che hanno fatto la loro comparsa in Germania a partire dalla fine del secolo scorso, in genere, hanno avuto una limitata presa sul pubblico. Il Terzo Reich li ha progressivamente emarginati, e non di rado perseguitati. Benché non mi dia assolutamente fastidio uscire dalla "tradizione culturale" francese – non mi sono mai definito in funzione della mia nazionalità –, non penso quindi di rappresentare nel panorama intellettuale francese un caso particolarmente eccezionale su questo piano. Rispetto a coloro che mi hanno preceduto, la mia originalità è semmai consistita nel cercare di dare al riferimento "pagano" dei fondamenti teorici, filosofici o ideologici che gli mancavano.

Ho frequentemente avuto modo di illustrare il mio punto di vista in merito al "paganesimo", argomento che ha dato la stura a polemiche decisamente inutili; quindi non ci tornerò sopra in questa sede. Comunque, per dissipare ogni equivoco vorrei dire che per il me il paganesimo non si riduce a una macchina da guerra contro il "giudeo-cristianesimo" (termine in sé molto ambiguo, e che non deve mascherare le notevoli differenze che esistono tra il cristianesimo e il giudaismo). Il paganesimo definisce in primo luogo un certo sentimento nei confronti del cosmo, un certo modo di vedere il mondo, fondato sul rifiuto della distinzione dualistica tra l’essere creato e l’essere increato, in quanto essa fa del mondo un oggetto di cui la ragione strumentale e la tecnoscienza possono impossessarsi. Esso implica valori di pluralismo e tolleranza, ben diversi in effetti dai valori cristiani, ma ovviamente non ha bisogno del cristianesimo per esistere. Al contrario: è stato il cristianesimo, comparso più tardi, a dovergli fare guerra per imporsi. Da questo punto di vista, si potrebbe dire che il paganesimo è più a-cristiano che anticristiano. Aggiungo che il paganesimo non mi ha mai impedito di riconoscere il debito intellettuale che ho contratto nei riguardi di un certo numero di autori sia ebrei (Robert Aron, Alexandre Marc, Ferdinand Lassalle, Martin Buber, Marcel Mauss, Leo Strauss, Hannah Arendt, Simone Weil) sia cristiani (Léon Bloy, Georges Bernanos, Charles Péguy).

Per quanto ne so, Oswald Spengler non è mai stato pagano. La sua critica del cattolicesimo mi pare di ispirazione piuttosto protestante. L’affermazione secondo cui "la teologia cristiana è la progenitrice del bolscevismo" è, con ogni evidenza, una semplificazione: la teologia cristiana è anche la "progenitrice" di parecchie altre cose. A questo proposito, sarebbe opportuno riflettere sul processo di secolarizzazione. Sono numerosi gli autori (da Ernst Bloch e Bertrand Russell a Louis Dumont, da Carl Schmitt a Alain Daniélou) che hanno interpretato la modernità come una versione profana della teologia cristiana, in cui la ricerca della felicità si è sostituita a quella della salvezza e il futuro ha preso il posto dell’aldilà all’interno della medesima prospettiva storicizzante unilineare. Questo processo di secolarizzazione inizia già con Jean Bodin, la cui teoria della sovranità è una chiara trasposizione dell’assolutismo papale.