Marco Tarchi

DESTRA E SINISTRA: DUE ESSENZE INTROVABILI


Qualunque manuale di scienze sociali insegna che il trattamento classificatorio dei concetti deve sempre seguire due regole: fondarsi su un unico criterio esplicito di distinzione e produrre categorie esaustive ed esclusive. Per usare le parole di un politologo, l'esaustività di una classificazione "implica che ogni unità debba essere attribuita ad una classe. L'esclusività richiede che nessuna unità sia attribuita a più di una classe". I molti tentativi di classificare scientificamente le ideologie e i comportamenti politici sulla base di categorie come destra, sinistra e - residualmente - centro non hanno quasi mai seguito questa elementare indicazione, ed ogni volta che hanno cercato di conformarvisi (ultimo il caso di Norberto Bobbio, col suo recente volumetto di grande successo) si sono invischiati in aporie indistricabili.

Il problema potrebbe essere aggirato convergendo su definizioni minimali e di più ristretto raggio esplicativo, che, senza alcuna pretesa di onnicomprensività, servissero ad indicare dei paletti di confine fra aree politico-culturali contigue e attraversabili ma pur sempre autonome e coerenti nella loro diversità di fondo. Ma anche su questo terreno, storici, sociologi, scienziati della politica e filosofi sono sin qui giunti a conclusioni assai poco confortanti.

Il quesito sui contenuti semantici dei termini destra e sinistra non è d'altronde nuovo. Chi legga l'opera che Zeev Sternhell ha dedicato alla febbrile ricerca di una "terza via" che percorse la società intellettuale francese tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del secolo successivo sa come proprio la ripulsa di queste categorie di appartenenza politico-parlamentare abbia costituito il precario punto di convergenza delle inquietudini dei "non conformisti degli anni Trenta" e dei loro precursori: sindacalisti rivoluzionari e boulangisti, nazionalisti populisti e socialisti aristocratici. E già questo dato testimonia la precoce diffusione di un sentimento di loro insufficienza od obsolescenza. D'altro canto, però, la sopravvivenza dei due concetti e la diffusione delle loro etichette in seno al grande pubblico - confrontata con i rovesci politici di chi riteneva di poterne prescindere - ci lancia un segnale inverso: di vitalità, di resistenza alla prova, confutato a sua volta dalla puntuale riemersione di polemiche e dubbi. Per non disperdersi in questo circolo vizioso, si rende urgente una ridiscussione teorica del significato e dell'utilità dei concetti in questione.

Prima di avventurarci su questo terreno, dobbiamo notare come le scienze sociali abbiano ormai fatto giustizia dell'ipotesi di estinzione delle ideologie avanzata dalla sociologia statunitense nei primi anni Sessanta. Impregnata di quell'ottimismo che vedeva nell'era della tecnologia avanzata la possibilità di una delega decisionale assoluta ai tecnici e la risorgenza di una "mano invisibile" ordinatrice, identificata non più nel mercato bensì nelle burocrazie amministrative, questa congettura puntava su deperimento delle funzioni politiche che avrebbe reso superfluo il conflitto dei giudizi di valore fra membri di una stessa unità nazionale (e/o produttiva), spostando l'alternanza di opzioni nel campo delle mere valutazioni di fatto. Il quadro di progressiva omogeneizzazione che faceva da sfondo alla nuova era faceva della fine delle ideologie, come ha notato Dino Cofrancesco, "una soluzione finale", giacché "la rimozione del vario e molteplice atteggiarsi degli uomini dinanzi agli eventi produrrebbe il mondo asettico e incuboso che gli scrittori di fantascienza hanno tante volte descritto".

Benché venga periodicamente ripresentata da intellettuali e mass media, la tesi della deideologizzazione radicale della vita pubblica si è dimostrata inapplicabile alla realtà, anche se evidenti tracce della visione messianico-impolitica permangono in quel filone del liberalismo contemporaneo che cerca di spostare il dibattito politico dal piano del confronto tra modelli di sviluppo civile tributari di precise visioni del mondo a quello della composizione conflittuale di interessi materiali e di status, nel segno della ragione calcolante e dell'utilitarismo. Fra quanti continuano a riconoscere alle ideologie una funzione significativa nella dinamica politica delle società complesse, il ricorso alle categorie destra/centro/sinistra rimane frequente, ma si svolge con modalità variabili, tre delle quali, a loro volta scomponibili e diversamente aggregabili, possono essere giudicate prevalenti:

a) la convinzione di vedere in questi concetti delle essenze, degli elementi descrittivi di un continuum di atteggiamenti e credenze politiche;
b) la loro definizione in qualità di tipi ideali, tracciati a scopo normativo/prescrittivo, separati da spartiacque teorici rigorosi ma non riconducibili ad applicazioni automatiche nel mondo delle esperienze concrete;
c) la loro adozione come convenzioni relative, applicabili solo situazione per situazione, senza alcun carattere di definitiva esclusione reciproca.

Contesto e scopi dell'analisi determinano l'utilità dell'impiego di ciascuno degli approcci, e non di rado gli studiosi si muovono con disinvoltura fra l'uno e l'altro, incerti nella preferenza. La complicazione è evidente nel saggio scritto da Anna Elisabetta Galeotti per confutare "la pretesa della destra contemporanea di collocarsi oltre le distinzioni classiche", indicativo delle difficoltà di classificazione negli standards politico-culturali di realtà di ascendenza composita come la cosiddetta Nuova Destra. Tre sono, ad avviso dell'autrice, "le domande centrali che definiscono il problema: 1) esiste un'appropriata e univoca definizione di destra e di sinistra? 2) in caso negativo, possiede il binomio alcun senso, al di là del linguaggio grossolano dell'uomo della strada? 3) in caso positivo, è tuttavia questa divisione utile a interpretare la complessità della realtà politica contemporanea?".

La formulazione degli interrogativi è naturalmente funzionale all'ipotesi che si intende verificare; ma ulteriori argomenti di falsificazione possono essere indotti da altre due domande non prese in considerazione: è questa divisione sufficiente a cogliere la globalità dei comportamenti politici riscontrabili nelle società odierne? E' esclusiva di altre confliggenti distinzioni?

Vediamo di avanzare una risposta richiamandoci ai tre approcci sopra delineati e sottoponendoli separatamente a vaglio critico.

La teoria essenzialista, quella che vede la destra e la sinistra come due anime irriducibili, a fondamento metafisico, è stata più volte abbandonata, per risorgere poi sotto nuove vesti. Sartori ha demolito le pretese di identificazione dei termini del binomio fondate sui diritti di proprietà, sul maggior o minor cambiamento sociale auspicato, sulle piattaforme di classe. Bobbio si è liberato della dicotomia individualismo/organicismo, asserendo che essa "non regge a un esame storico, anche superficiale". Per il filosofo della politica torinese, "La destra reazionaria, e in parte anche quella conservatrice, ha certamente una concezione organica della società, che si rivela, per fare soltanto qualche riferimento a temi ricorrenti, nella insistenza sul principio di solidarietà contrapposto a quello di aggregazione sulla base di interessi comuni, sulla necessità dell'integrazione dell'individuo singolo nel gruppo sino al sacrificio personale, sulla massima che il tutto è prima delle parti e che le parti al di fuori del tutto non contano nulla; ma non si può negare che una concezione organica della società è stata accolta anche in una parte della sinistra e del movimento operaio in polemica diretta contro le teorie individualistiche, chiamate spregiativamente atomistiche, "borghesi" e via denigrando". Dell'impossibilità di far coincidere con le due aree le etichette conservatorismo/progressismo non vale neppure la pena di parlare, per il relativo consenso che su questo punto si è istituito fra gli studiosi (anche se non fra gli opinion makers e i leaders di partito). Rimane il fatto però che la tesi persiste, in diverse incarnazioni.

E' proprio Bobbio a formularne la versione più accreditata, che fa pernio sul diverso atteggiamento che gli uomini assumono di fronte all'ideale dell'eguaglianza. Ricondotta alla sfera delle convinzioni relative (in cui la destra ideale perde la pretesa all'ineguaglianza metafisica e la sinistra quella all'altrettanto indimostrabile eguaglianza naturale), essa si traduce in un apprezzamento di preferenze, di accenti, la cui formulazione così si esprime: "L'egualitario in genere ritiene che la maggior parte delle diseguaglianze che lo turbano e che vorrebbe far scomparire sono sociali e in quanto tali eliminabili; l'inegualitario in genere ritiene al contrario che siano naturali e quindi in quanto tali ineliminabili".

L'esclusione di un tertium genus impedisce all'ipotesi assunta di applicarsi alla generalità dei comportamenti. Non vi rientrano infatti le ideologie e i movimenti politici che, assumendo come dato antropologico indiscusso le ineguaglianze naturali - e fondando su di esse una teoria delle differenze svolte come specificità non piegabili a modelli omogeneizzanti - hanno visto con favore la riduzione delle diseguaglianze di origine sociale, spesso indicandone proprio la discordanza dai parametri "imposti" dalla natura. Inoltre l'oscillazione dell'accento fra ordine naturale e sviluppo culturale ha in questi casi prodotto esiti ben più significativi della distinzione accennata da Bobbio. Con ciò - si badi - non si vuole esprimere un giudizio di valore sulla preferibilità dell'una o dell'altra teoria, ma soltanto riconoscere una reale distribuzioni di atteggiamenti trasversali rispetto alla schematizzazione assiale destra/sinistra. Queste tendenze "differenzialiste" mostrano d'altronde un estesissimo arco di variazioni, che va dalle dottrine razziste (in ciò che in esse vi è di egualitario. anche nel senso bobbiano: si pensi alla propaganda di leghe e partiti antisemiti in Francia e in Germania nei primi decenni del Novecento contro la "appropriazione" degli estranei e l'"espropriazione" - di lavoro, beni, dignità - dei nativi, o al trend elettorale che in vari paesi europei incanala attualmente verso formazioni xenofobe voti tradizionalmente parcheggiati all'estrema sinistra) al sindacalismo libertario di Lagardelle e Labriola. Se poi, come Bobbio, ci si spinge sino a vedere nella preferenza per l'eguaglianza o per l'ineguaglianza una "scelta morale", si plana su un terreno ancor più minato. Anche abbandonando Baboeuf e Filippo Buonarroti si può scontare, per usare le parole di Pietro Barcellona, una "tragedia dell'eguaglianza", chiamata paradossalmente a garantire "la diversità, l'irripetibilità individuale, l'autonomia del volere" e nel contempo ad escludere ogni forma di gerarchia.

Interrogativi diversi suscita la posizione, anch'essa mirante ad individuare l'essenza antagonistica dei concetti in questione, di Dino Cofrancesco, il quale, ritenendo tradizione ed emancipazione "due valori profondamente radicati nell'animo umano e spesso confliggenti", intende "per destra la fedeltà alla tradizione, comunque intesa e realizzata" e "per sinistra l'impegno ad abbattere le catene del privilegio politico ed economico". A parte la discutibilità dell'equazione secca fra tradizione e privilegio, ci sembra che l'affezione per il "continuum così significativo sul piano storico che va dalla destra alla sinistra" vincoli Cofrancesco ad un'analisi statica delle due nozioni, che le avvicina alla condizione di stereotipi e non ne coglie la dinamica interiore di sviluppo. Con molta accortezza, lo storico dell'ateneo pisano anticipa alcune delle possibili obiezioni a questo modo di procedere; ma le risposte che fornisce appaiono plausibili solo assumendole nel contesto della teoria di cui si vogliono esplicative.

Poco convincente è l'argomento della soggettività degli attori politici. La confusione fra "gli orientamenti ideali dell'agire e i programmi politici concreti in cui quegli orientamenti scelgono di tradursi", a causa della quale "un programma politico può essere oggettivamente conservatore, per certi aspetti, ma soggettivamente di sinistra" è un elemento che conferma la relatività delle topografie politico-ideali, disegnate assai spesso su semplici percezioni di posizione e non su coerenti retroterra in termini di Weltanschauungen. Semmai è vero che queste ultime trovano punti di raccordo attraverso soggetti politici diversi, a volte situati spazialmente a grande distanza l'uno dall'altro nell'ipotetico continuum destra-sinistra. Basti pensare ai movimenti per la qualità della vita sorti in realtà metropolitane: generati tutti all'interno di un'ottica "di sinistra" e di partecipazionismo democratico, essi hanno in breve suscitato il sospetto di fare dei propri cavalli di battaglia i veicoli di ideologie regressive, che "si risolvono in invettive contro la civiltà moderna, identificata come madre di catastrofi" - in una prospettiva che Cofrancesco non esiterebbe a definire di destra - e nel contempo si sono attirati l'accusa di dare sfogo ad "ideologie conservatrici di nuovo tipo, che tendono, più che a negare, ad azzerare come inconsistente e superflua la dimensione politica" (Marramao) e dunque a far propria la critica al "realismo" della destra storicamente incarnata dalla sinistra democratica e liberale.

In questa contraddizione potremmo scorgere, in filigrana, quello spartiacque aggiuntivo alla dicotomia che Cofrancesco rapporta ai due atteggiamenti conoscitivi che chiama classico e romantico: "Il classico guarda l'interagire politico da spettatore critico, attento a cogliervi ciò che è costante e ciò che non lo è, preoccupato soprattutto di analizzare, distinguere, classificare. Il romantico, al contrario, è "vissuto" dalla politica e tende a elevare i sentimenti, le speranze, le disillusioni che essa ingenera nel suo cuore a criterio infallibile di verità". Sia pure. Ma chi ci dice quale fra i due livelli - il conoscitivo e l'ideologico/valoriale - si fa di volta in volta dominante nell'assegnare le scelte di campo? Chi ci dice, in altre parole, se un "romantico di sinistra" sia più vicino ad un "romantico di destra" oppure ad un "classico" della propria area, nel momento dell'assunzione di una decisione cruciale, cioè della traduzione di uno stato mentale soggettivo in un'azione oggettiva?

La definizione di Cofrancesco ha il difetto di non tenere conto del continuo moto di attraversamento reciproco cui la successione degli eventi storici condanna entrambi i campi. Si attaglia correttamente a due schieramenti ancora travagliati dal trauma della modernizzazione (vissuta dall'uno come segno di progresso, dall'altro come regressivo sintomo di decadenza); ma non assume gli esiti dell'effetto di ritorno che tale processo ha subìto in fase di consolidamento. Sino a che punto, oggi, quella "remota arcadia di ideali etici e di modelli di convivenza che si vorrebbero realizzare in futuro" che Cofrancesco individua come patrimonio di una sinistra razionale, e difende dall'accusa di "idoleggiamento dell'infanzia" rivoltale da Alain de Benoist, può dirsi al riparo da suggestioni organicistico-preindustriali maturate nel campo ecologista all'ombra delle riflessioni sul risvolto della medaglia del progresso? E in quale misura la destra può vedersi tutta rappresentata nella "idealizzazione di una comunità patriarcale gerarchica, in cui la divisione dei ruoli e l'attribuzione di prestigio e di autorità obbedivano a criteri profondamente diversi da quelli vigenti nelle società moderne"? Le due immagini riproducono ormai solo una parte del panorama, lasciandone esclusi i non pochi elementi il cui profilo è stato trasfigurato dalla modernità.

Se le letture essenzialiste dell'opposizione destra/sinistra rivelano questi chiari segni di insufficienza, non molto più confortante è il panorama degli approcci che puntano alla misurazione dei due concetti sul metro dei tipi ideali.

Esenti da pretese descrittive, queste interpretazioni presentano il duplice vantaggio di essere impermeabili ai giudizi di fatto e di autogiustificarsi già per il fatto di proporsi come meccanismo di spiegazione/semplificazione di realtà più complesse. Anna Elisabetta Galeotti ne situa il massimo grado di utilità nell'ambito dell'analisi delle ideologie e della metodologia delle scienze sociali, ove esse assumono lo statuto logico di "terreno per orientare le ipotesi di ricerca". In questo contesto destra e sinistra valgono come concetti strumentali, usati per rappresentare spazialmente su un linea continua comportamenti e preferenze degli attori politici: linea che secondo la Galeotti si svolge come segue: "sinistra=socialismo=classi inferiori= richiesta d'intervento dello Stato nel sociale e, dall'altra parte, destra=conservatorismo=classi superiori=totale privatizzazione dell'economia e del sociale". Concetti così univocamente operazionalizzati possono risultare indubbiamente utili per effettuare sondaggi in termini di left/right in paesi a cultura politica poco frammentata e alquanto superficiale come gli Stati Uniti, ma perdono qualsiasi capacità euristica se sono posti in rapporto con teorie svolte in ambiti più complessi. Se è vero che solo il contesto in cui li si adopera conferisce senso ed efficacia a questi modi di rappresentazione della realtà, si può serenamente affermare che nessun accordo intersoggettivo può oggi essere stipulato fra gli scienziati sociali su un'antinomia dalle polarità così rozze un qualsiasi paese europeo. Che destra e sinistra valgano nello scambio delle esperienze quotidiane come giochi linguistici utilizzati - ma sempre meno compresi - da una maggioranza dei soggetti interagenti, d'accordo: purché però si abbia ben chiaro che un uso di questo tipo cade ormai totalmente nel rischio della manipolazione massmediale orchestrata da gruppi di interesse in concorrenza.

Scivoliamo nuovamente, quindi, nell'interrogativo fondamentale sulla plausibilità delle due categorie, intese ora non più come fotografie di "anime profonde" ma come modelli di orientamento dell'analisi politica. Che destra e sinistra siano costrutti del pensiero e non riflessi di stati empirici, d'accordo; ma a che vale evocarli se il cleavage, il solco, su cui poggiamo non è il più significativo per classificare i soggetti a cui si applicano? A meno di non volerne fare dei cavalli di ***** per reintrodurre giudizi valore, in contrasto con l'atteggiamento avalutativo predicato da quel Max Weber che ne ha coniato la categoria, è il caso di assegnare a questi tipi ideali il ruolo di strumenti meramente orientativi, prescrittivi, il cui compito è quello di definire quadri normativi astratti, dalla cui trasgressione - e soltanto da essa - nascono i fenomeni osservabili e, al limite, misurabili. Intesi in questo senso, destra, centro, sinistra, classificano ideologie e non comportamenti, misurando semmai gli scostamenti dei secondi dalle prime; senza però alcuna pretesa di esaustività.

L'errore della Galeotti è invece proprio quello di ritenere che sia possibile "proporre una definizione dei due termini tale da consentire una classificazione binaria significativa di tutta la produzione ideologica post-Rivoluzione francese", pur non ritenendola l'unica possibile. Vale la pena di seguire questo ragionamento, non privo di spunti d'interesse. Ad avviso della Galeotti, la rivoluzione del 1789 ha fatto "ruotare l'asse della raffigurazione immaginaria della dimensione politica da verticale a orizzontale, laddove all'orizzontalità si associava un preciso programma ideologico contro il privilegio e la gerarchia". Il fatto che la sinistra abbia provocato la rotazione e la destra l'abbia subita farebbe intendere un uso retroattivo delle due categorie: l'una presumibilmente circoscritta a designare fenomeni di opposizione al potere, l'altra ad incarnarsi nel potere. Il manicheismo della rappresentazione si accresce ancor di più quando dall'esito della rotazione viene fatta discendere non la determinazione di un nuovo piano di conflitto e di nuove norme di comportamento cui destra e sinistra dovrebbero, in misura diversa, adeguarsi - se non altro per la necessità della prima di iniziare ad agire sul piano orizzontale della conquista di consensi fra quelle ristrette frange di popolazione mobilitate dalla Rivoluzione e della seconda di avvalersi delle gerarchie di un sistema di potere finalmente conquistato - ma l'inaugurazione di uno stereotipo di rappresentazione spaziale di queste due polarità sotto il segno delle corrispondenze destra-verticalità-gerarchia e sinistra-orizzontalità-eguaglianza.

Lo schema idealtipico, svolto, come in Bobbio, sul binario di una contrapposizione incentrata sull'eguaglianza (ma in senso più "forte", poiché qui il pendant logico non è tanto l'ineguaglianza quanto la gerarchia, intesa come specchio delle determinazioni concrete che fanno l'uomo e non possono dunque essere accantonate né mutate), pretende di "recuperare tutto l'armamentario delle ideologie della Destra, dall'antropologia di fondo, all'istanza comunitaria, al rifiuto di un'etica e di una politica fondate sugli interessi individuali, quindi al rifiuto della dimensione economica, di una dimensione razionale della politica e del metodo democratico, sia concepito idealmente come sovranità popolare, sia come procedura di decisione collettiva". Lo spettro della sinistra, si lascia intendere, ne sarebbe la proiezione speculare. Sfortunatamente per i sostenitori di un simile approccio, la storia appare tuttora restia a piegarsi al determinismo delle prescrizioni, e lo sconvolgimento del principio di legittimazione determinatosi con la Rivoluzione francese ha impresso ai due campi sopra descritti segni tali da stravolgerne il profilo. L'individualismo della democrazia ideale illuministica ha finito col soccombere alla logica dei gruppi organizzati, e "la concezione della società come intero, come supersoggetto e la conseguente de-valutazione dei singoli che dell'insieme sociale sono solo parti e funzioni", ad avviso della Galeotti consustanziali alle ideologie di destra, dopo essere state adombrate dalla struttura sociologica della classe in Marx, hanno celebrato i loro trionfi nei regimi di "socialismo reale" più che in molte delle esperienze autoritarie appartenenti al versante opposto. Per contro, il processo di nazionalizzazione delle masse descritto da George Mosse, con le sue implicazioni plebiscitarie, ha fortemente intaccato la verticalità dei principii di organizzazione politica della destra, confinandola nella personalità carismatica del dittatore, peraltro non dissimile, nella configurazione strutturale e funzionale, nel nazionalsocialismo e nello stalinismo.

Prudenza e realismo consigliano dunque di evitare di inserire meccanicamente l'idealtypus destra-sinistra nel quadro degli sviluppi storici, cui meglio si attaglia invece l'approccio che vede in queste immagini spaziali due raffigurazioni relative e convenzionali, applicabili soltanto, e con la necessaria circospezione, situazione per situazione.

Anche accostandoci a questo significato dei termini, sarà bene esplicitarne le avvertenze. Molte infatti, e assai dissimili, sono le possibili letture che ne discendono. Quelle portate agli estremi peccano di carenza di contenuto semantico e finiscono col riprodurre quelle equazioni d'identità che abbiamo già avuto modo di rilevare in precedenza. Così ad esempio Alfio Mastropaolo, nelle voci Destra e Sinistra della prima edizione del Dizionario di Politica (significativamente scomparse dalla versione più aggiornata, pur molto ampliata, del glossario, quasi a voler sottintendere la scarsa efficacia euristica delle nozioni in esame) scrive nel primo caso: "Oggi, per estensione, la Destra è il partito della conservazione in generale ed è quindi costituita da chi si considera soddisfatto dal presente, da chi si impegna al mantenimento dell'ordine attuale perché vi riveste, o ritiene di rivestirvi, posizioni di privilegio che non intende abbandonare e da chi si batte addirittura per una restaurazione dell'ordine passato dal quale spera di ottenere situazioni di vantaggio. Una Destra, cioè una tendenza conservatrice, esiste così in ogni organizzazione politica, economica, sociale e culturale, anche la più progressista". E nel secondo: "Nel linguaggio comune "Sinistra" viene impiegato per indicare lo schieramento del progresso e del cambiamento: tutti coloro che si impegnano per rinnovare l'ordine esistente vi appartengono di diritto. Una Sinistra, dunque, come partito del cambiamento, esiste in qualsiasi organizzazione politica, economica, sociale e culturale. Naturalmente allo stesso modo che alla destra, il progresso storico impone alla Sinistra di variare i propri contenuti a seconda dei tempi, dei luoghi e delle circostanze".

L'impostazione appare alquanto sommaria e operativamente debole. Presenta tuttavia un grande merito che altri sviluppi renderanno maggiormente proficuo: dispone le nozioni ad un uso dinamico e non statico, le rende penetrabili e reversibili, capaci cioè di comprendere le pieghe dello sviluppo storico senza indulgere ad un'eccessiva astrattezza.

L'approccio convenzionalista è stato affinato da Giovanni Sartori in un lavoro dei primi anni Ottanta. "Per l'insieme dei paesi europei", scrive il politologo fiorentino, "è ormai ben stabilito che la dimensione destra-sinistra è significativa e importante. Un pregio della variabile destra-sinistra risiede anche nella sua "capacità di viaggiare" e correlativa comparabilità. E' chiaro che in ogni paese le autocollocazioni spaziali di tipo destra-sinistra sono relative, e cioè relative al proprio spazio. Il che non toglie che destra-sinistra è ancora, tra tutte, la variabile più "traducibile", e in questo senso meglio comparabile tra paese e paese". E ancora: "Ammesso che la dimensione destra-sinistra sia importante, che l'elettore davvero se ne giovi, che cosa significa? A rigore, nulla: destra e sinistra sono immagini spaziali. E il loro bello è che sono sprovviste di "ancoraggio semantico", che sono contenitori vuoti aperti a tutti i travasi, a tutti i contenuti. Ma è così atemporalmente, o attraverso il tempo. In ogni singolo tempo, momento o periodo storico, le nostre "immagini spaziali" non sono vuote ma piene: sono associate, cioè, a tutta una serie di contenuti. In questo senso e riferimento, allora, destra e sinistra "significano" e cioè stanno per pacchetti di issues, per una serie di prese di posizione su una serie di questioni controverse. Ridetto in breve, destra e sinistra sono, di volta in volta, sintesi di atteggiamenti".

L'analisi di Sartori, naturalmente, poggia su solide fondamenta scientifiche: si riconnette ad una teoria dei comportamenti politici che li vede fondati su identificazioni dipendenti da atteggiamenti di fondo della personalità, che si traducono in scelte attraverso percezioni di posizione. Annullamenti ed amplificazioni della distanza fra destra e sinistra sono, alla luce di tale teoria, non anomalie bensì regolarità del politico: i cleavages intersecanti tendono infatti a ridistribuire e complicare le sensazioni di appartenenza.

L'approccio convenzionalista, realistico e flessibile, emerge da questo sintetico excursus concettuale come il più proficuo per una reinterpretazione dinamica di quella trasgressione delle appartenenze che è uno dei lasciti più rilevanti del processo di modernizzazione che ha attraversato e rimodellato il continente europeo nel ventesimo secolo. Le crisi che hanno successivamente accompagnato il dispiegarsi del processo, investendo l'assetto delle società esposte a trasformazioni strutturali, ne hanno modificato sia il sostrato di credenze che i modelli di comportamento, producendo "una politicizzazione dell'identità, una legittimità fondata in gran parte sull'efficacia, una capacità crescente di mobilitare le risorse nazionali e di redistribuirle, un allargamento della partecipazione politica, un'integrazione crescente dei diversi settori sociali". Fra le conseguenze di queste metamorfosi va annoverata una progressiva normalizzazione di quella rotazione di cui abbiamo fatto cenno, che ha trasferito l'asse della legittimità politica dal piano verticale dell'unzione per diritto divino dei sovrani alla dimensione orizzontale dell'elezione popolare dei governanti. Trasformata da elemento straordinario a normale procedura di rotazione, la secolarizzazione del potere ha appiattito un poco alla volta il cleavage conservatori/innovatori, e l'antitesi tradizione/emancipazione si è tramutata in una semplice scelta tra opzioni alternative di gestione della società.

Troppo lungo ed arduo sarebbe soffermarsi sulla complessità dei rapporti instauratisi tra destra e sinistra nell'arco del Novecento, "secolo delle ideologie" per eccellenza. Tuttavia una tendenza ci pare indiscutibilmente delinearsi nei paesi che hanno già attraversato le più traumatiche esperienze della modernizzazione socioeconomica. Lungi dall'acquietarsi in quell'immaginario sociale che è, per la Galeotti, "il modo in cui una collettività si vede ed esprime desideri, paure e speranze, definendo al contempo modelli normativi di comportamento e di ordine sociale", o, in altre parole, dal farsi proiezione di antropologie politiche univoche o di concezioni del mondo coerenti ed autosufficienti, l'opposizione destra/sinistra tende a riproporsi in mere ottiche di situazione, che ne slabbrano sistematicamente i confini e ne modificano i contenuti. Il tempo dei tipi polari e irriducibili sembra tramontato: ottimismo da "buon selvaggio" e pessimismo da "bellum omnium contra omnes" appaiono semplici ipotesi di scuola. Fasi di conflitto e di neutralizzazione tra gli schieramenti ideologici disegnano aggregati dalle incerte delimitazioni.

L'analista che intendesse avventurarsi nel processo di sviluppo sociale dell'Europa contemporanea armato di essenze o tipi ideali connessi a due categorie inflessibili di "destra" e "sinistra" rischierebbe quindi di smarrirsi fra destre moderne e regressive, consensuali e autoritarie, stataliste e comunitarie, e sinistre in bilico fra postmodernità e arcaismo preindustriale, logica della mediazione e decisionismo, suggestioni etiche e tentazioni di autonomia del politico. Non è del resto infrequente, ormai, vedere reclamato il diritto all'autodeterminazione dei popoli contro le minacce di omologazione planetaria di una civiltà occidentale americanocentrica da parte di eredi storici di un nazionalismo che fu colonialista e, di contro, sentire avanzare ipotesi di rifondazione sociale in chiave privatistica e neoutilitaristica da intellettuali e uomini politici formatisi sui testi di Marx o di Lenin.

Epoca delle convenzioni e delle reversibilità, il nostro presente vede proliferare a diverse latitudini ideologiche la convinzione che i cruciali antagonismi dell'avvenire nasceranno dal confronto e dal rimescolamento dei patrimoni di speranze ed esperienze e della destra e della sinistra. Alcuni di essi già si annunciano con una forza che la coppia oppositiva destra/sinistra da tempo non possiede più: i nuovi crinali passano fra specificità ed omologazione, solidarietà organiche ed egoismi meccanici, valori e interessi, coesione di gruppo e atomismo individualistico, complessità delle differenze e riduttivismo egualitario. "Nuova" sinistra e "nuova" destra appaiono, in quest'ottica, assai meno distanti fra loro di quanto ciascuna di esse non lo sia rispetto alle proprie matrici storico-ideali o a molte delle precedenti formulazioni ideologiche delle rispettive aree.

Il superamento delle rigide, dicotomiche appartenenze di campo ottocentesche si presenta dunque come una chiave interpretativa privilegiata dei nuovi assetti che sostanziano l'oderno quadro metapolitico e cominciano a tradursi nella sfera delle realtà empiriche. Se ci è consentito di azzardare un paragone, questa ancora controversa spinta alla trasgressione ci pare assumere il ruolo insostituibile che il variare dei paradigmi ha svolto per lo sviluppo delle scienze naturali, in un mondo nel quale, a dispetto di ogni determinismo storicistico, progressivo o regressivo, di "sinistra" o di "destra", di ogni suggestione catastrofistica o nichilistica o di ogni pretesa di definitiva rassicurazione, l'opzione tragica rimane l'unica percorribile, e ogni cammino di fondazione di una diversa forma di convivenza civile, di assunzione di un diverso destino collettivo, resta possibile."